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Archivio per la categoria ‘Web Marketing’

I trend SEO/SEM in arrivo

8 settembre 2010 Sakovake Nessun commento


Occhi aperti, arrivano nuovi trend...

Con questo guest post del TagliaBlog, vorrei provare a enunciare alcune “nuove tendenze” di cui parlano spesso i miei amici americani e credo che diventeranno un argomento molto trattato nelle conferenze di questo autunno (BlueGlass Florida, Pubcon las Vegas, ecc.).

1. A tutta birra sull’ottimizzazione della conversione

Abituatevi fin da ora al nuovo acronimo in arrivo: CRO ovvero Conversion Rate Optimization. Detto in parole povere, il nuovo valore aggiunto nonchè il nuovo parametro per misurare se un SEO (o un operatore PPC o anche un esperto di Social media) è abile o meno e quanto riesce a trasformare un visitatore in un cliente.

E’ abbastanza ragionevole no? Il nostro lavoro è quello di aiutare il cliente a fare soldi. Se questa aspettativa viene disattesa, è meglio studiare per migliorare (o cambiare lavoro: aprite un pub).

Bisognerà chiaramente fare un pò di informazione per informare anche le aziende, così sarà più semplice capire chi è un professionista serio che lavora in maniera etica e chi invece è solo un fanfarone che cerca di mettere un’azienda ai primi posti di google con una query lunga 6 parole (es: “venditori di posaceneri a bergamo bassa”).

Le cose che dovete fare per prepararvi adeguatamente (e metterla in quel posto a concorrenti grossi e lenti) sono:

a. Imparate BENE la web analytics. Imparate come configurare gli obiettivi e come tracciarli! Il Blog di Avinash è una risorsa splendida.

b. Imparate cosa significa la Usabilità e preparatevi a prendere a capocciate sul mento designers e artistoidi visionari: 9 volte su 10, i loro deliri da acido lisergico aumentano il bounce rate. Imparate a usare strumenti come userfly che monitorano il comportamento dell’utente.

c. Prendete accordi con un cliente che avete da lungo tempo e chiedetegli di usarlo come dimostrazione del vostro buon lavoro. Generalmente non è un problema, se fa storie e non avete un cliente migliore per dimostrare che avete lavorato bene, offritegli una consulenza gratuita in cambio. Se continua a far storie, vuol dire che non si fida di voi, quindi avete un problema e anche grosso: vuol dire che avete lavorato “male” (o che non avete saputo comunicare con il cliente).

d. Non basterà sempre portare dei grafici stampati, ci saranno clienti che inizieranno a chiedervi di vedere le statistiche di analytics, quindi preparatevi ad andare dal cliente e a fargli vedere le statistiche in tempo reale. E capiterà magari che il cliente assuma dei consulenti specializzati in web analytics per valutare il vostro lavoro. Sarete scansionati senza andare in aeroporto.

e. Se siete solo SEO, imparate almeno delle basi di adwords. Le landing page sono un terreno ideale per trovare il messaggio adatto ad aumentare la conversione di un sito e data la velocità di adwords, si possono fare diversi split test per capire quanto sono efficaci i vari messaggi. E non si rischia di investire soldi e tempo in una strategia che si scopre errata dopo mesi.

Approfondimenti:

- Search Marketing Wisdom di Alan Bleiweiss riguardo alla CRO.
- Conversation Marketing di Ian Lurie riguardo la user experience.

2. IL WEB SEMANTICO E’ GIA’ ARRIVATO (panico!): RDFa!

Calma, il web semantico nella sua interezza è ancora da arrivare, ma vi conviene prendere confidenza con l’acronimo “RDFa” soprattutto se il vostro ambito lavorativo sono gli ecommerce.

Cos’è l’rdfa? In sostanza è una sintassi che aiuta a descrivere le relazioni che esistono tra determinati “oggetti”. Lascio il compito di approfondire l’argomento a questa utilissima wiki e vi introduco rapidamente agli effetti immediati:

L’implementazione del “protocollo” RDFA consente agli ecommerce di ottenere più visibilità dai motori di ricerca. E questo lo si ottiene perché si va ad usare un “linguaggio” comprensibile dai motori, dove si descrivono i cataloghi con un vocabolario standardizzato.

Il fulcro dell’utilizzo di questa sintassi è quella di eliminare nel lungo periodo il meccanismo del “link come voto” eliminando quindi in pianta stabile il problema del link poisoning che si è venuto a creare in questi anni.

Se questo sia un proposito fattibile, onestamente lo ignoro e lo potremo scoprire solo vivendo, ma nel frattempo chi implementa questa funzionalità ha dei riscontri benefici.

Ci crede BEST BUY, che lo ha implementato!

Approfondimenti:

- Seo Workers: un approfondimento sull’implementazione dell’RDFA per l’ecommerce.
- Semantium: un’estensione di Magento (gratuita) basata su good relations.

3. From click to call: il local search è servito

In america va moltissimo l’ottimizzazione legata agli ambiti locali, viste le grandi e numerose aree metropolitane. Se è possibile e fattibile ottimizzare i siti per il local search (comprese le mappe di google), differente è il discorso della misurazione del ROI.

Infatti, se per un contesto extra-locale il cliente manda una mail o compila una form (che sono generalmente integrabili con i sistemi di web analytics), nel contesto locale il cliente telefona.

E questo è un problema: il fornitore del bene o del servizio, raramente chiede “come ci ha trovati”. La risposta più frequente è “tramite il sito”. Mai e poi mai sapremo con quale parola chiave è stata trovata l’attività del cliente.

Ecco che quindi arrivano una serie di servizi che costituiscono l’anello mancante: collegano i numeri di telefono ai vari canali pubblicitari.

Da noi non arriveranno mai temo: in america è possibile comprare diversi numeri di telefono e associarli allo stesso centralino, potendo quindi misurare l’efficacia di una campagna di un certo tipo, assegnano il numero ad una campagna.

Ma si sta già arrivando oltre: è possibile far ciclare una serie di numeri su delle pagine, cambiandoli in tempo reale, quando arrivano le telefonate. Quindi quando un utente arriva con una certa parola da adwords, avrà associato un numero di telefono. Sarà quindi possibile vedere in analytics e adwords quali keyword hanno generato delle telefonate e incrociando i dati nel CRM, si potrà vedere quali keyword hanno generato maggiori guadagni dalle telefonate, scartando quindi quelle che non generano introiti!

Sembra fantascienza, ma durante il mese di Agosto (non ero in ferie) ho visto la demo presso la ditta che lo sta sviluppando a Houston e vi assicuro è impressionante.

Cambierà le regole del gioco, perché sarà possibile misurare l’impatto dei social media sul local business, una cosa fino ad ora considerata pura teoria. (e probabilmente qualche social guru starà già iniziando ad avere problemi intestinali).

Non posso ancora linkare il sito perché ho firmato una NDA, ma appena mi danno il via libera mando il link.

P.S.: perché da noi non ci sarà mai? Perché ci sono tante e tali limitazioni sulla privacy che dubito sia possibile lavorare i numeri ricevuti come fanno in america. Ma aspetto che esperti in materia di telefonia italiana dicano la loro.

Autore: Andrea “Gareth Jax” Scarpetta, per il TagliaBlog (il quale afferma continuamente “non sono un esperto seo“, ama indiscriminatamente search and social marketing, passa troppo tempo seguendo belle fanciulle su twitter e in generale adora andare alle conferenze americane, per poi tornare in italia a darsi bottigliate sugli zebedei. Scrive di sciocchezze sul suo antichissimo blog personale, prova ad esprimere concetti di internet marketing sul blog professionale, si è fatto una fan page su facebook che tanto non guarda nessuno).


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Google penalizza le traduzioni automatiche?

7 settembre 2010 ruinnaTum Nessun commento

Traduzione automatica = penalizzazione in Google?

Conosco diversi blogger che hanno installato sul loro WordPress un plugin per fare traduzioni automatiche (dall’italiano a tutte le principali lingue straniere), e in questo modo cercano di ottenere traffico/visite anche da luoghi geografici diversi dall’Italia.

Conosco anche alcuni SEO (con tendenze black hat…) che utilizzano la tecnica della “doppia traduzione” per generare una gran quantità di testi più o meno leggibili e quindi digeribili dai motori di ricerca (la tecnica consiste nel tradurre un testo, tramite un software, dalla lingua A alla lingua B, e quindi ritradurre il risultato, sempre tramite lo script, dalla lingua B alla lingua A: ne uscirà un contenuto differente da quello di partenza e quindi utilizzabile come “originale”).

Ma qual’è la posizione di Google nei confronti delle traduzioni automatiche?

Sul Google Webmaster Central Help Forum è partita giorni fa una discussione (ripresa anche da Search Engine Roundtable) proprio su questo argomento, dal titolo Is it useful for seo to use google translator in our web sites?

La domanda posta sul forum da navibd era in questi termini: “Vorrei usare Google Traduttore nel mio sito web, e vorrei sapere se c’è qualche vantaggio lato SEO ad usare questo strumento. E’ importante utilizzare più lingue? per esempio, usare 30 lingue diverse potrebbe dare a Google una impressione migliore rispetto ad usarne solo 5!”

Attenzione alla risposta data da JohnMu di Google: “Voglio solo dare un piccolo avvertimento – usare strumenti di traduzione automatica per creare direttamente dei contenuti per il tuo sito potrebbe essere visto come la creazione di contenuti auto-generati, il che sarebbe contro le linee guida di Google. Invece di limitarci a prendere l’output di un programma come Google Translate, consiglio vivamente di fare almeno la correzione dei testi prima di mettere il contenuto online. Se al Googlebot è concesso di sbagliarsi su alcuni termini, i tuoi utenti non credo apprezzerebbero contenuti che sono stati automaticamente tradotti e pubblicati, senza una minima revisione. Io amo Google Translate, ma se pubblichi i suoi risultati per farli indicizzare senza averli riesaminati, non stai dimostrando un gran rispetto per i tuoi utenti…”.

In altre parole: un contenuto generato automaticamente può forse trarre in inganno il Googlebot, ma non l’utente. E se un quality rater se ne accorge, potrebbe arrivare la penalizzazione, come indicato in questa pagina delle linee guida: “Google prende provvedimenti nei confronti dei domini che tentano di ottenere posizioni migliori semplicemente visualizzando pagine di cui si sono indebitamente appropriati o pagine generate automaticamente, che non sono di alcun valore per gli utenti”.

Se hai esperienze in merito, postale pure nei commenti.


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Lettera aperta agli imprenditori italiani

6 settembre 2010 Linsauton Nessun commento

Massimo Ciociola

Approfitto dell’opportunità di Davide e di TagliaBlog per riprendere un tema già affrontato in rete nei giorni passati. Peraltro con un post apposito di Fausto Boni, Partner di 360 Capital Partner, uno dei Top VC europei, che trovate qui. All’epoca i ragazzi di @mashape sembravano condividere il tema “Go West? Not always a good idea”, per di più dopo aver pubblicamente , durante la trasmissione IO REPORTER di @marcomontemagno dichiarato: “A tutti coloro i quali hanno una propria idea e vogliono lanciare la propria startup in Italia: prendete un aereo e volate a san Francisco come abbiamo fatto noi. Il video è disponibile qui (minuto 21:10).

Bene, parto da questo spunto.

Il messaggio dato, per di più, in televisione dai ragazzi di mashape non è un messaggio “sano” né utile agli altri, è poco corretto da italiani comunicare in questo preciso momento economico il messaggio Lasciate perdere l’Italia e volate negli USA, per di più se a farlo è un ragazzo di 19 anni che ha iniziato a misurarsi sul mercato dalla tenera età di 17.

Non ne faccio una questione di età, di longevità, ma una questione di maturità e di responsabilità che, non me ne voglia nessuno, ma a 19 anni non puoi avere. Io ne ho 33, ho una figlia di quasi 10 anni e a 19 anni quando anche io ho mosso i primi passi nel mondo online ero pieno di adrenalina ma evidentemente anche molto immaturo. Le ho pagate tutte le mie immaturità.

Non sto a parlare di cosa ho fatto 12 anni fa, con la mia startup, suppongo sia noto, e poi non è difficile scoprirlo.
Però 12 anni fa l’Italia, la telefonia mobile, (quasi inesistente negli USA) furono il nostro trampolino di lancio, per un’espansione mondiale. Ho vissuto in 3 continenti diversi USA, Latin America, Europa, parlo 4 lingue, ho gestito 70 persone, e l’ho fatto partendo dall’Italia, il garage all’epoca era un benefit, la mia cameretta universitaria era il mio HQ. A Bologna.

Ho fatto un’esperienza incredibile in 12 anni, ma da italiano, con soci italiani, con un HQ in italia e con una mentalità italiana (del Sud aggiungo) che ho visto essere fortissima in tutto il mondo.

Sono rientrato in Italia dal 2009, vivo a Bologna, sono ripartito da qui per la mia nuova startup musiXmatch, esattamente a 250m da dove ero partito 12 anni fa con la mia prima, ho soci e investitori italiani, mi alzo ogni mattina, vado a correre nel mio parco e raggiungo in ufficio 4 soci/collaboratori con cui lavoro da 10 anni che ritengo i migliori a livello internazionale in quello che fanno.

Latitudine e Longitudine nella mia esperienza sono servite a poco, la lingua che ho parlato per la maggiore è stata l’italiano, ma conoscere spagnolo, inglese e francese mi ha aiutato tantissimo.
Ho avuto successo, ho avuto insuccessi, ho combattuto verso tanti che non credevano a quello che facevo ma ho avuto tanti al mio fianco, tutti italiani, gente tosta, e con loro siamo partiti alla conquista del mondo, aprendo sedi in ogni paese, basandoci sulle nostre idee, sulla nostra cultura e sul nostro modo instancabile di non cedere mai, già quello italiano.

In tutto questo tempo ho conosciuto tanta gente, imprenditori di ogni religione ed esperienza, veri e propri inventori, alcuni capaci di venderti un’idea irrealizzabile (ma finanziabile) altri fin troppo sinceri da ammettere che senza un aiuto economico non avrebbero mai potuto realizzare nulla (speculatori).

Quelli che più ho apprezzato però sono stati quelli che definisco “Global Enterpreneur”, ovvero quelli che volevano e che vogliono cambiare il mondo, migliorarlo, migliorare il modo di comunicare in rete, innovare al punto da cambiare le regole, cambiare il mondo insomma.

Rimanevo affascinato ad ascoltarli, altro che sogno nel cassetto il loro: svegliarsi e voler cambiare il mondo o la rete o le regole su cui questa si basa non è una banale ambizione, se solo hai il coraggio di dire che lo vuoi fare (cambiare il mondo) devi avere le palle (scusate).

Devi avere le palle (ri-scusate) perché poi la gente ti segue, aumentano i tuoi followers, devi gestire la tua ambizione, gestire le loro aspettative, perché poi se non lo fai o non ci riesci entri nel limbo di quelli che “ci hanno provato ma non ci sono riusciti” e lì sei fottuto. Marchiato a vita. Perdi followers di continuo.

Amo quindi ed apprezzo in particolar modo la gente con ambizioni, con adrenalina, con challenging ma ho imparato che:

1) Se stai zitto e crei un prodotto che usano tutti. Sei qualcuno.
2) Non conta quanti mq2 sia il tuo garage ma come disse il buon Steve “be hungry be foolish” cerca di essere sempre affamato ma altrettanto spensierato. Insomma non pensare ai soldi.

Il www è accessibile dal mondo intero, non solo da un garage, e da un garage posso accedere al mondo intero, non importa dove io sia geograficamente, ma cosa voglio comunicare, in che modo, in che lingua e attraverso quale prodotto.

In Italia manca questo focus e si procede diversamente: ho un’idea, o meglio un mashup di idee (all’inizio non ce l’hai mai chiara si sa…) la metto su ppt e vado a cercare i soldi, nel frattempo realizzo una demo e lancio online il progetto in un meta-italiano.

Mai che si guardi ad intercettare un problema, un’esigenza della rete, trovare veramente qualcosa che possa cambiare il modo di fare certe azioni in rete. MAI in Italia.

La naturale conseguenza è quella di vedere interfacce poverissime, GUI (Graphic Guide User Interface) orrende, inusabili, piene di 404 errors, in un fantomatico inglese (perché ricorda i film di Totò…).

Qualche mese fa ho ritenuto intelligentissimo oltre che interessantissimo un post fatto da Stefano Bernardi su segnalazione di Marco Magnacavallo (founder di Blogo) su come creare una startup/prodotto con solo 10,000€. Che serva di lezione a molti!
Leggetelo qui.

Marco ha centrato il tema: non servono soldi all’inizio, ma un prodotto che funzioni, che piaccia, che sia costato poco, che abbia degli Unique Visitors e stia per generare la famosa “J curve” dei ricavi. Dopodichè, con metriche alla mano, approcciare un VCs o un angels è cosa ben diversa.

Se sei bravo lo sei in qualsiasi posto del mondo in cui il tuo garage abbia sede, e se sei abbastanza intelligente capisci che vivere negli USA dove si registra la più bassa qualità di vita nei paesi civili, solo per coinvolgere qualcun altro a finanziare la tua idea, beh allora sei entrato dalla porta sbagliata.

A sentire i VCs e i vari angels (quei pochi angeli italiani immersi nel cloud…) arrivano nelle loro inbox migliaia di idee, molte solo su carta, i più audaci vanno con il loro commercialista a trovare i VCs e peraltro in giacca e cravatta (loro e il commercialista).

A sentire molti imprenditori, si viene spesso respinti in malo modo dai VCs.

C’è qualcosa di sbagliato alla fonte allora. Nell’imprenditore di questa industria.

Il Paese sta cambiando, lasciatevelo dire. Abbiamo VCs che twittano e bloggano: Gianluca Dettori, e Fausto Boni, direttori di giornali quali Wired come Riccardo Luna che ha candidato (è sua l’idea. E’ italiana) Internet a Premio Nobel per la Pace e che ha lanciato Italian Valley.

La Puglia, la mia terra, ha un nuovo evangelist sulla rete e sull’innovazione, si chiama Annibale D’Elia e crede nei “bollenti spiriti”…

Gli imprenditori stanno cambiando, ora si confrontano apertamente in rete raccontandoti le loro esperienze con i VCs.

Insomma, caro imprenditore e giovane start upper, se vuoi andartene via dall’Italia proprio ora che le cose cambiano e a soli 19 anni, beh vattene pure, vorremo sempre il meglio per te e ti considereremo sempre un fratello.

Ma al tuo primo insuccesso, quando ti rivedremo a Malpensa rientrare con un low cost da San Francisco, non aspettarti comprensione né sussidio.

Già, perché non hai fatto nulla per cambiare questo Paese, ti sei solo lamentato e te ne sei scappato.

Autore: Massimo Ciociola, per il TagliaBlog.


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5 settembre 2010 enronemsevisY Nessun commento

Il primo garage di Mashape

Photo credit: Alberto D’Ottavi.
“Dove credete di andare, avete solo 19 anni e siete in Italia.”

Vorrei prima di tutto ringraziare Davide per opportunità datami nel cercare di spiegare certi meccanismi di questo paese chiamato Italia.

Ciao a tutti, sono Augusto, co-founder di Mashape, una startup in Silicon Valley che vuole rivoluzionare il modo di creare applicazioni web e mobile. Ma facciamo un passo indietro a quando eravamo dei bambini inconsapevoli che volevano giocare a fare i grandi “siamo ancora dei bambini, e giochiamo e ci divertiamo come loro, solo che adesso abbiamo un po di barba :-) “.

A 18 anni fondai MemboxX, il primo sito italiano di online storage di documenti e password. Andò bene, raggiunse un buona massa critica, ma non sapevo niente di business, Venture Capital, né di finanziamenti… niente di niente. Non sono mai riuscito a monetizzarlo. In quei mesi comprai un libro: “Google e gli altri” che narrava nel dettaglio la storia di Google e della Silicon Valley. Mi si accese una lampadina e da quel giorno ho detto: “Lì voglio andare, lì potrei forse creare grande valore”. Era il 2007 ora siamo nel 2010 e sono finalmente sbarcato a San Francisco grazie a Mashape; cofondata con Marco Palladino e Michele Zonca, qui abbiamo preso il nostro investimento dai YouTube guys. Questo processo non e’ stato facile, altri avrebbero mollato molto prima.

Avete presente quando siete in una stanzetta piena di persone, e l’aria si inizia a fare pesante… ma alla fine si apre la porta e entra una ventata di aria fresca e riniziate a respirare a pieni polmoni come se quello fosse stato il vostro primo respiro? Be, questo è quello che è successo a noi, nelle ricerca disperata di finanziamenti in Italia durata per 2 anni; e poi l’America, investimento, quella porta che si apre… ricominci a vivere e credere che forse non eri del tutto un idiota pazzo.

Tu sei il mio paese, Italia; ci sono nato e cresciuto, qui ho i miei ricordi più importanti, qui mi sono formato, è come il primo amore che non si dimentica mai. Ma come tutte le più belle storie di amore prima o poi finiscono. In questi due ultimi anni insieme ho capito molto di te, ho capito molto più di te in questi ultimi due anni che prima.

Nel 2008 abbiamo iniziato a cercare i finanziamenti per Mashape, eravamo solo io e Marco all’epoca, poi nel 2009 si è aggiunto Michele e via su e giù per lo stivale… per 2 anni. Ora 2 anni per uno che ne aveva 19 sono piu del 10% della sua vita spesa a rincorrere ideologie che in questo paese non esistono.

Vedi Italia se vuoi diventare un pease leader devi prima risolvere dei problemi alla base, e dove anche ci fosse la volontà, ricordati che ci vogliono decenni non mesi. A Roma in una famosa piazza c’è scritto in gigante: “…un popolo di combattenti, navigatori, esploratori, poeti, avventurieri, scrittori, viaggiatori, ed eroi”. Questa frase mi fa sentire orgoglioso, perché è vero, lo eravamo… ma se penso ad adesso e a tutti quelli investitori&vari che ho incontrato in questi due anni, (circa 50 persone) vi posso dire con rammarico che quel popolo non esiste più.

Ogni volta che andavamo a chiedere i finanziamenti, la risposta era sempre la stessa: avete solo 19 anni. Il problema è che questo immenso vantaggio loro lo vedevano come un ostacolo. Mi dicevano che non eravamo in grado di far crescere una società ed è vero probabilmente non sono in grado, ma qui stiamo parlando solo di farla partire… se poi crescerà chiamerò chi è più bravo di me. Dove non arrivo, delego e do fiducia ad altri più in gamba.

Probabilmente si sono anche dimenticati gli ultimi 4000 anni di storia. Da Alessandro Magno a Mark Zuckerberg le più grandi talentuose opere sono state fatte da under 30. Mentre io a 19 anni andavo a rompere le scatole su e giù per l’Italia, Alessandro Magno comandava 200.000 soldati, conquistò l’Asia e scese giù in Egitto dove si fece incoronare faraone. Aveva appena compiuto 21 anni. Oggi non si combatte più… gli imperi di una volta oggi si chiamano multinazionali, gli eserciti sono diventati team di persone. Oggi l’Asia la conquisti con Facebook che tira su 15 milioni di asiatici (signup) al mese. Oggi Alessandro si chiama Mark, e guarda caso entrambi iniziarono molto presto. Nel tardo ottocento un giovanotto, immigrato italiano, di nome Amadeo iniziò a fare il banchiere in California con un carro di frutta, quel banchiere fondò la più grande banca del mondo che oggi tutti conosciamo con il nome di Bank of America. Albert Einstein scrisse la prima bozza sulla Teoria della Relatività quando aveva solo 26 anni. I fondatori di Google ne avevano 25 quando fondarono l’azienda ma iniziarono a lavorare sull’algoritmo (Pagerank) a 23 anni e poi ancora Microsoft, Oracle, Apple… purtroppo non basterebbe lo spazio di questo blog per elencarvi tutte le immense opere fatte da under 30…

Ma secondo voi perché il genio compare in età cosi “prematura”? Sinceramente non lo so. Il genio, l’idea, il lampo non è altro che una combinazione incredibilmente perfetta di elettricità che scorre sui nostri neuroni. Ma da lì in poi ci vuole carattere e coraggio (che sono infusi nel nostro DNA) per concretizzare. La scintilla da sola non basta. Sicuramente sei molto piu coraggioso a vent’anni, il carattere anche è molto piu arrogante e l’ego è alle stelle, e guarda un pò… sono proprio le caratteristiche di un leader visionario.

Non voglio fare l’ennesima rassegna negativa sugli investitori e sui Venture Capital italiani; e sapete perché? Perché dopo tutto non è neanche colpa loro.

Cara Italia se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come lo dicono i politici in televisione, ci devi investire veramente, devi metterci la passione. Nei nostri ultimi due anni di convivenza, ho visto tanti ragazzi come me che non sono riusciti a partire perché non hanno trovato in te il supporto. Pensa quanti di quelli avrebbero potuto creare valore per te… e per ogni ragazzo che fallisce o emigra perdi un pezzo di anima. Ci sono degli investori che vorrebbero aiutarci, ma non ci riescono da soli, hanno bisogno di un ecosistema sotto che gli aiuti, hanno bisogno di un mercato a cui possono rivendere il valore aggiunto che hanno creato, hanno bisogno di leggi che allegeriscano il carico fiscale, hanno bisogno di università che insegnino anche la pratica… d’altronde stanno semplicemente credendo nei tuoi figli. La tua sorella Francia lo ha capito da anni, e sta investendo a ritmi sbalorditivi anno dopo anno… non lasciarti uccidere così. L’unico modo che hai per sopravvivere è investire in innovazione e giovani, loro sono i primi che usano nuovi prodotti e sono i primi ad accorgersi dei nuovi problemi e creare quindi nuove soluzioni. Innovare non è per niente semplice, tu sei un paese pieno di persone che inventano nuove tecnologie, ma la tecnologia da sola non serve a niente, diventa innovazione quando ha adoption, quando viene applicata sulla massa, il mondo è pieno di tecnologie potenti che non sono andate da nessuna parte.

Innovazione è qualcosa che viene dai margini di una cultura, è chaos. Non a caso San Francisco è una citta che accoglie tutti: disadattati, barboni, ricchi, hippie, arabi, pazzi, imprenditori, asiatici, messicani, italiani, designer, artisti… un miscuglio di culture in continua evoluzione, senza freni né limiti.

Purtroppo credo che molti dei tuoi problemi vengano anche dal tuo passato. Sei un paese vecchio, che ti porti dietro certe ideologie fin dal lontano medioevo. Non capisco come fai a vedere malamente il concetto di fallimento, non hai idea di quante cose impari fallendo, di quanto cresci quando fallisci. Il nostro rapporto si è interrotto, ed è stato un fallimento; eppure mi hai dato del valore, lo hai fatto ferendomi ma mi hai reso una persona migliore.

E’ giunto il momento di salutarti, spero che un giorno potremmo rincontrarci, e chissà… magari mi stupirai…

Buongiorno America, grazie di credere in noi e nella nostra vision. Certo non sei un paese facile neanche tu, ma riesci subito a capire ciò che è giusto ed è sbagliato. Sei un paese relativamente giovane, e per fortuna non hai scheletri nell’armadio vecchi di 2000 anni. Sei molto competitivo, ma se uno ha voglia di fare sai ricompensare immediatamente. Credi fortemente nei ventenni, e sai che se vuoi rimanere leader devi dare loro gli strumenti per poter creare le loro pazzie, come hai fatto con noi. Devi ancora migliorarti su qualche cosa come le leggi sull’immigrazione, ma ti do fiducia, so che ce la farai. Con te mi sento libero di esprimermi, di provare, e soprattutto mi sento felice di sbagliare. Mi dai la libertà di vivere. Spero di poter ricompensarti della fiducia che mi hai dato, credo che insieme costruiremo grande cose… cheers!

Per concludere, se posso dare un consiglio alle migliaia di ragazzi (e ne ho incontrati tantissimi) che ancora rispecchiano quella frase scritta in una piazza romana; voi siete cavalli da corsa e i cavalli da corsa non sono fatti per stare nei maneggi. Correte e andate a conquistarvi quello che volete, nitrire nelle stalle non serve a niente, sfondate i recinti e cambiate lo stato dell’arte, rincorrete la vostra libertà. Ricordate che dovrete vivere nella solitudine, faranno di tutto per fermarvi, soffrirete e sacrifirete l’affetto di chi vi ama veramente, ma quando sarete lì, che correrete come pazzi, vi sentirete per la prima volta… immensamente grandi.

Lasciate l’Italia se l’amate veramente, diventate un cavallo da corsa, vincete tutto, e poi un giorno forse, potrete tornare da grandi, molto grandi e avrete il potere per cambiarla, voi.

Autore: Augusto “sinzone” Marietti, per il TagliaBlog.


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Il TagliaBlog è mobile!

2 settembre 2010 FrectFuroWeer Nessun commento

Il TagliaBlog su iPhone, Android e BlackBerry

Durante lo scorso mese di Agosto mi sono prodigato ad utilizzare massicciamente il mio smartphone per navigare in Internet, toccando con mano le difficoltà e i limiti che incontra chi vuole informarsi online tramite uno schermo da 3,5 pollici.

Il “test” aveva un duplice scopo: da un lato misurare la fruibilità, lato utente mobile, di certi siti/blog/forum; dall’altro capire se e come si stanno muovendo i webmaster in tale direzione (anche alla luce delle statistiche di accesso ad un noto sito italiano che postai a fine luglio, nelle quali si legge un misero 1,16% di traffico da telefonini).

Non che il TagliaBlog possa mostrare di meglio: da inizio gennaio a fine giugno 2010, infatti, la percentuale degli accessi via mobile si è stampata sull’1,59%.

Ma ero fiducioso dell’equazione “estate=mobile”, e non sono stato smentito: a luglio ho registrato un 2,69%, e ad agosto addirittura un 3,75% (più del doppio rispetto al primo semestre dell’anno). Come mantenere, o meglio aumentare sensibilmente, questi numeri?

WPtouch, il mobile plugin

Nelle mie navigazioni estive via iPhone sui “soliti” blog anglofoni (che leggo abitualmente da postazione fissa), ho notato che praticamente tutti quelli basati su WordPress utilizzano un plugin che mostra una versione del sito ottimizzata per smartphone (a differenza di quelli italiani, dove il concetto di “sito ad hoc per il mobile” è ancora praticamente inesistente).

Il plugin in questione è WPtouch, del quale esiste sia la versione free che quella a pagamento.

In pratica WPtouch, una volta scaricato ed attivato, “trasforma” il tuo blog WordPress in qualcosa di molto simile ad un’app, migliorando notevolmente l’esperienza della navigazione via iPhone, Android e BlackBerry.

Con WPtouch installato viene mostrato un tema ad hoc, solo a chi digita il tuo URL via mobile, senza nessuna “interferenza” con il tema di base: le immagini vengono scalate, il testo presente nel post viene adattato e l’interfaccia guadagna parecchi punti a livello di usabilità.

Ma soprattutto, cosa estremamente importante per chi accede al web da telefonino, aumenta drasticamente la velocità di navigazione: grazie all’eliminazione di tutti i fronzoli ed al tema ultra ottimizzato, si arriva ad una velocità fino a 5 volte superiore rispetto a quella di un tema standard.

Non so se tutto ciò potrà portare le percentuali di traffico mobile del TagliaBlog a livelli di quelle di TechCrunch – dove quasi il 14% degli accessi arriva tramite quei device – però un tentativo voglio proprio farlo: puoi accedere a blog.tagliaerbe.com tramite il tuo smartphone e darmi un piccolo feedback? :-)


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Quando un solo dominio domina le SERP di Google

1 settembre 2010 enronemsevisY Nessun commento

Il Google Brand Update di inizio anno è acqua passata, e così pure il Vince’s change.

Dal 20 Agosto siamo entrati (ufficialmente) in una nuova fase, nella quale un solo dominio (e quindi un solo brand) può “impossessarsi” di un’intera SERP (o quasi),

Esempio di SERP dominata da un solo dominio

facendo dimenticare in fretta i 2 miseri risultati indentati che fino a pochi giorni fa costituivano il massimo della “presenza” possibile nei 10 posti di una pagina di Google.

Di recente ho trovato sul SEOmozBlog (dal quale ho tratto anche l’immagine qui sopra) una bella riflessione su questo tema, che voglio condividere con i lettori del TagliaBlog.

La domanda che sta alla base di tutto è la seguente: “Google dice che questo “improvement” aiuterà gli utenti a trovare più risultati all’interno di un unico sito, pur mantenendo risultati differenti all’interno della SERP. Ma una pagina monopolizzata da un unico sito web, è veramente ciò che gli utenti vogliono?”

Dr. Pete (l’autore del post su SEOmoz) cerca di rispondere alla domanda andando a prendere le query effettuate dagli utenti su Google e su Bing subito dopo aver effettuato la query “apple”.

Su Google le prime 10 sono:

1. “itunes”
2. “facebook”
3. “youtube”
4. “apple”
5. “best buy”
6. “apple store”
7. “google”
8. “craigslist”
9. “itunes download”

Mentre su Bing:

1. “bestbuy”
2. “ebay”
3. “ipod”
4. “dell”
5. “appleipod”
6. “circuitcity”
7. “apple vacations”
8. “apple.com”
9. “sony”
10. “target”

Possiamo notare nomi di competitor (Dell e Sony), quelli di alcuni negozi dove acquistare i prodotti Apple (Best Buy e CircuitCity.com) e anche siti dove comprarli usati (craigslist e eBay). Addirittura è presente “apple vacations”, cosa che indica che non tutti quelli che cercano “apple” sono in cerca dei prodotti della Mela.

Concludendo

Quando il motore che ha il monopolio assoluto delle ricerche sul web restituisce SERP di questo tipo indirizza inevitabilmente gli utenti su un unico sito/brand, facendosi interprete del loro pensiero e contestualmente (cosa soprattutto valida nel caso di prodotti/servizi) azzerando i concorrenti, gli ecommerce, e anche chi recensisce/critica il prodotto/servizio in questione.

E’ altresì vero che queste SERP non sono facilmente replicabili: probabilmente è necessario un dominio/brand con altissimo trust, elevatissimo traffico e parecchi link in ingresso sulle singole pagine per permettere all’algoritmo di Google di restituire la pagina “monopolizzata”.

Ma di pagine simili se ne iniziano comunque a vedere parecchie, e il rischio di sparire dai primi 10 risultati di Google, per i Davide che combattono contro i Golia, potrebbe essere dietro l’angolo.


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Google Realtime Search: speravo meglio…

30 agosto 2010 Derek Nessun commento

E’ dalla fine dello scorso anno che si parla di Real-Time Search riferita a Google, ma allora si discuteva di una integrazione in tempo reale dello stream di dati (provenienti principalmente da Twitter) all’interno delle SERP del motore di ricerca.

Da qualche giorno, invece, Google Realtime Search è stato “ufficializzato” e inserito in un URL a sé stante, ovvero http://www.google.com/realtime

Guardando il video qui sopra (per la precisione, fra il 13esimo e il 18esimo secondo) la speaker dice che dentro Google Realtime Search verranno raccolte “news, post presi da blog, e aggiornamenti provenienti da noti social network, come Twitter, Facebook e Buzz. Anche l’immagine visibile al secondo 00:18 del video mostra i loghi di parecchi social: oltre ai 3 sopra citati, si possono distinguere molto chiaramente quelli di FriendFeed e MySpace.

“Ottimo” mi sono detto, “facciamo subito una bella egosearch utilizzando il termine ‘tagliaerbe’: almeno in Twitter, FriendFeed e Buzz salterò fuori, visto che tra contenuti scritti sul blog e citazioni ci finisco più volte al giorno”.

Apro Google Realtime Search, scrivo ‘tagliaerbe’, ed ecco cosa ottengo:

La SERP ottenuta cercando tagliaerbe in Google Realtime Search

Di Buzz non c’è traccia, di FriendFeed pochissima roba, l’unico onnipresente è Twitter dove però sembra che il sistema non riesca a leggere dentro gli URL (quindi mostra solo quando qualcuno cita @tagliaerbe ma NON quando qualcuno linka blog.tagliaerbe.com utilizzando uno dei tanti “accorciatori” di URL): a ‘sto punto risulta molto più utile e completa la ricerca avanzata di Twitter, o mi sbaglio?

OK, probabilmente (è una ipotesi mia) Google Realtime Search NON mostra i contenuti pubblicati sui propri account sociali (altrimenti non si spiega come mai non riesca a trovare, ad esempio, tutto ciò che scrivo sul TagliaBlog e poi “rilancio” quotidianamente su Twitter, FriendFeed e Buzz). E sicuramente verranno aggiunge altre feature col passare del tempo (ammetto che la timeline è intrigante, e sulla versione anglofona del sito è visibile anche il Geographical Filtering, non ancora presente da noi).

Ma se ad oggi GRS si ferma qui, trovo enne volte meglio servizi come Social Mention, che aggrega in real-time un sacco di altre fonti, e offre alcune funzionalità molto utili (come la possibilità di creare istantaneamente alert via feed e email – con Google si può fare, ma occorre aprire Google Alert -, scaricare i dati in formato CSV/Excel, misurare sentiment, passion, reach, strength, etc.).

Oppure, se voglio un real-time più orientato alle notizie, esistono cose come OneRiot e Scoopler che fanno da tempo il loro sporco lavoro (per non parlare dello stesso Google News che, anche se limitatamente alle 250 fonti italiane presenti al suo interno, funziona comunque in tempo “quasi” reale).

O forse non ho capito bene io la vera utilità di Google Realtime Search?


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Google Realtime Search: speravo meglio…

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Ha senso essere evangelist troppo “precoci”?

29 agosto 2010 Peacedim Nessun commento

Un Evangelist in azione

Il dizionario dice che il pioniere è “chi apre la via agli altri nell’esplorazione di nuove terre, nel progresso, nella scienza, nella diffusione di un’idea”.

Ai giorni nostri, e nell’ambito di internet, va più di moda il termine technology evangelist (o più semplicemente evangelist), per indicare una persona che cerca di costruire una massa critica a sostegno di una determinata tecnologia (o più spesso di un nuovo prodotto/servizio che vuole piazzare a terzi). E ovviamente esiste pure un evangelism marketing, forma avanzata del word of mouth marketing dove le aziende (molto rare quelle che ci riescono) cercano di fare in modo che i clienti si trasformino a loro volta in evangelist, in fan sfegatati che diffondono ovunque il “verbo” aziendale.

Ma nel business online, quanto senso ha essere pionieri, evangelist, o fra quelli che piantano per primi la bandierina in cima all’Everest? Probabilmente assai poco.

Parlando tempo fa con un amico, mi disse che stava studiando gli scritti di Peter Drucker, il quale (tra le tante perle di saggezza manageriale) pronunciò una frase che suonava più o meno così:

“Scoprire nuovi mercati è solo l’inizio, e si rischia di indottrinare la clientela a favore di un altro competitor… il quale arriva dopo ma sa fare le cose meglio di te.” Sono d’accordo praticamente su tutto, tranne che sul sa fare le cose meglio di te… e ora ti spiego il perché.

Quando aprii un nodo Internet nel 1995, impegnando tutti i miei risparmi e la mia (misera) liquidazione, i competitor non esistevano (o quasi).

Era però il mercato a non essere pronto: ricordo che correvo su e giù per la provincia di Varese ad installare modem 14.400 e a spiegare cosa era Internet, nelle case dei privati e nelle aziende. Andavo nelle scuole col mio (orrendo ma costosissimo) notebook e con una prolunga telefonica (grossa come un gomitolo di lana) a mostrare le incredibili potenzialità della Rete, anche se spesso (come si dice da noi) “era più la spesa che l’impresa”.

Quando arrivarono i competitor (tra i nomi di allora ricordo Video On Line e Italia On Line) non è vero che sapessero fare le cose meglio, piuttosto avevano mezzi (economici) pazzeschi: inondarono giornali e riviste di pubblicità e dischetti omaggio, e rubarono un po’ di utenti… ma non mi spazzarono via.

Perché non ci riuscirono? perché nemmeno per loro il mercato era pronto :-) Anche loro stavano contribuendo a diffondere il verbo, a evangelizzare, ma non potevano pensare di mangiarsi tutte le fette della torta, né di fare fatturati/utili pazzeschi. E infatti Video On Line, in pochi mesi, capottò: “Non stavo facendo del business, ma esplorando” pare abbia ammesso Nicola Grauso, il fondatore di VOL, qualche anno dopo.

Quando arrivò la vera mazzata? quando il mercato fu più maturo. E quando cambiò il modello di business.

Il merito (o la colpa?) fu di Tiscali, a inizio 2009, quando lanciò FreeNet (ammettiamolo, lo spot di allora era davvero bellissimo):

Il “free internet” segnò praticamente la fine per chi vendeva abbonamenti dial-up (che allora costavano 200-300.000 lire all’anno) e non si era strutturato per proporre servizi “a valore aggiunto”. Ma segnò anche l’inizio di una nuova era, quella che portò poi agli abbonamenti flat rate, e quindi all’ADSL.

Riassumendo: nella stragrande maggioranza dei casi il pioniere non fa il botto per demeriti suoi, perché non ha investito nell’attività sufficienti capitali o perché c’è qualcuno più bravo di lui.

Semplicemente non fa il botto perché è “un attimino” fuori tempo, perché a differenza di tutti gli altri ha intuito dove si andrà a parare ma non trova nessuno disposto a seguirlo. Oppure perché, nonostante l’ottima intuizione iniziale, non ha ben chiaro il business model, non riesce insomma a trovare il modo di monetizzare il suo bellissimo progetto.

Se a quel punto qualche acuto “osservatore esterno”, magari con parecchi soldi in tasca, dopo aver studiato attentamente il mercato ci si butta a capofitto con uomini e mezzi, ecco che probabilmente avrà successo.

P.S.: se nel 1995 avessi investito i soldi del nodo Internet in tanti bei nomi a dominio, a quest’ora… :-D


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Commenti, Like e Retweet: 3 diversi modi di “partecipare”

I commenti, fra like e reweet

Like e Retweet hanno ammazzato i commenti? oppure possono convivere pacificamente?

I bottoncini sociali, almeno in teoria, nascono con una funzione completamente diversa dal commento “scritto e pensato”, ma per certi versi si sovrappongono.

Cerchiamo di analizzare le 3 cose:

I commenti (in coda all’articolo)

Te li devi cercare, non sono automatici. Ci sono post che scatenano commenti a nastro, altri che proprio non li attirano. Molto spesso dipende dal tema trattato, ma molto spesso anche da come termina il tuo articolo: una frase lapidaria, che chiude tutti gli spiragli di replica, smorza i commenti. Anche un post che sviscera troppo a fondo una tematica può essere controproducente. Molto utili invece le solite frasette finali tipo “che ne pensi?”, “secondo te?”, “di la tua”, o i post dove si prende una posizione molto forte (e quindi controversa).

Il “Mi piace”

Dal mio punto di vista, equivale semplicemente ad “approvare” il contenuto del post. Se fosse un commento, sarebbe un “sono d’accordo con te”. E’ vero, premere il like fa in modo che sulla bacheca Facebook del “cliccante” compaia il link, ma vedo lo strumento principalmente per fini di encomio piuttosto che di condivisione (a differenza del retweet… vedi qui sotto).

Il “Retweet

Sempre secondo il mio punto di vista, si posiziona ad un livello più alto del “like”. Con il Retweet – da qualche giorno esiste pure il bottone ufficiale – dico “questo contenuto merita di essere condiviso/viralizzato fra tutti i miei contatti di Twitter”. Insomma, ci metto la faccia per far girare un link che reputo interessante.

Concludendo

Premesso che devo ancora studiare approfonditamente le dinamiche per cui alcuni post ricevono moltissimi Like e pochissimi Retweet (e viceversa), credo che i social media abbiano comunque aggiunto nuovi parametri per misurare il sentiment, il “livello di gradimento” dei contenuti che produciamo.

Se una volta si guardavano solo i commenti per “autogratificarsi”, ora anche i numerini a fianco al Like e al Retweet possono farci tornare il buonumore, e darci preziose indicazioni circa la bontà di quello che produciamo.

E chissà che un domani non si diffondano dei “bottoni attributo”, con i quali sarà possibile, con un semplice click, appendere un aggettivo ad un post, scegliendolo da un lungo elenco di epiteti…


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Commenti, Like e Retweet: 3 diversi modi di “partecipare”

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