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Archivio per la categoria ‘News’

Apple Vs Flash Vs H264: Encoding Video Online E La Guerra Dei Formati – Infografica

8 settembre 2010 Juliafedrsts Nessun commento


Se hai sentito le notizie ultimamente , dovresti sapere che sta scoppiando una nuova guerra tra tecnologie e questa volta le due principali parti in lotta sono Apple e Adobe, proprietaria del quasi-onnipresente Flash, la tecnologia video usata in tutto il Web per riprodurre videoclip. Il problema principale è che Apple non vuole supportare Flash per riprodurre i video sui suoi dispositivi

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Apple Vs Flash Vs H264: Encoding Video Online E La Guerra Dei Formati – Infografica

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Lettera aperta all’Italia, investitori e startup

5 settembre 2010 enronemsevisY Nessun commento

Il primo garage di Mashape

Photo credit: Alberto D’Ottavi.
“Dove credete di andare, avete solo 19 anni e siete in Italia.”

Vorrei prima di tutto ringraziare Davide per opportunità datami nel cercare di spiegare certi meccanismi di questo paese chiamato Italia.

Ciao a tutti, sono Augusto, co-founder di Mashape, una startup in Silicon Valley che vuole rivoluzionare il modo di creare applicazioni web e mobile. Ma facciamo un passo indietro a quando eravamo dei bambini inconsapevoli che volevano giocare a fare i grandi “siamo ancora dei bambini, e giochiamo e ci divertiamo come loro, solo che adesso abbiamo un po di barba :-) “.

A 18 anni fondai MemboxX, il primo sito italiano di online storage di documenti e password. Andò bene, raggiunse un buona massa critica, ma non sapevo niente di business, Venture Capital, né di finanziamenti… niente di niente. Non sono mai riuscito a monetizzarlo. In quei mesi comprai un libro: “Google e gli altri” che narrava nel dettaglio la storia di Google e della Silicon Valley. Mi si accese una lampadina e da quel giorno ho detto: “Lì voglio andare, lì potrei forse creare grande valore”. Era il 2007 ora siamo nel 2010 e sono finalmente sbarcato a San Francisco grazie a Mashape; cofondata con Marco Palladino e Michele Zonca, qui abbiamo preso il nostro investimento dai YouTube guys. Questo processo non e’ stato facile, altri avrebbero mollato molto prima.

Avete presente quando siete in una stanzetta piena di persone, e l’aria si inizia a fare pesante… ma alla fine si apre la porta e entra una ventata di aria fresca e riniziate a respirare a pieni polmoni come se quello fosse stato il vostro primo respiro? Be, questo è quello che è successo a noi, nelle ricerca disperata di finanziamenti in Italia durata per 2 anni; e poi l’America, investimento, quella porta che si apre… ricominci a vivere e credere che forse non eri del tutto un idiota pazzo.

Tu sei il mio paese, Italia; ci sono nato e cresciuto, qui ho i miei ricordi più importanti, qui mi sono formato, è come il primo amore che non si dimentica mai. Ma come tutte le più belle storie di amore prima o poi finiscono. In questi due ultimi anni insieme ho capito molto di te, ho capito molto più di te in questi ultimi due anni che prima.

Nel 2008 abbiamo iniziato a cercare i finanziamenti per Mashape, eravamo solo io e Marco all’epoca, poi nel 2009 si è aggiunto Michele e via su e giù per lo stivale… per 2 anni. Ora 2 anni per uno che ne aveva 19 sono piu del 10% della sua vita spesa a rincorrere ideologie che in questo paese non esistono.

Vedi Italia se vuoi diventare un pease leader devi prima risolvere dei problemi alla base, e dove anche ci fosse la volontà, ricordati che ci vogliono decenni non mesi. A Roma in una famosa piazza c’è scritto in gigante: “…un popolo di combattenti, navigatori, esploratori, poeti, avventurieri, scrittori, viaggiatori, ed eroi”. Questa frase mi fa sentire orgoglioso, perché è vero, lo eravamo… ma se penso ad adesso e a tutti quelli investitori&vari che ho incontrato in questi due anni, (circa 50 persone) vi posso dire con rammarico che quel popolo non esiste più.

Ogni volta che andavamo a chiedere i finanziamenti, la risposta era sempre la stessa: avete solo 19 anni. Il problema è che questo immenso vantaggio loro lo vedevano come un ostacolo. Mi dicevano che non eravamo in grado di far crescere una società ed è vero probabilmente non sono in grado, ma qui stiamo parlando solo di farla partire… se poi crescerà chiamerò chi è più bravo di me. Dove non arrivo, delego e do fiducia ad altri più in gamba.

Probabilmente si sono anche dimenticati gli ultimi 4000 anni di storia. Da Alessandro Magno a Mark Zuckerberg le più grandi talentuose opere sono state fatte da under 30. Mentre io a 19 anni andavo a rompere le scatole su e giù per l’Italia, Alessandro Magno comandava 200.000 soldati, conquistò l’Asia e scese giù in Egitto dove si fece incoronare faraone. Aveva appena compiuto 21 anni. Oggi non si combatte più… gli imperi di una volta oggi si chiamano multinazionali, gli eserciti sono diventati team di persone. Oggi l’Asia la conquisti con Facebook che tira su 15 milioni di asiatici (signup) al mese. Oggi Alessandro si chiama Mark, e guarda caso entrambi iniziarono molto presto. Nel tardo ottocento un giovanotto, immigrato italiano, di nome Amadeo iniziò a fare il banchiere in California con un carro di frutta, quel banchiere fondò la più grande banca del mondo che oggi tutti conosciamo con il nome di Bank of America. Albert Einstein scrisse la prima bozza sulla Teoria della Relatività quando aveva solo 26 anni. I fondatori di Google ne avevano 25 quando fondarono l’azienda ma iniziarono a lavorare sull’algoritmo (Pagerank) a 23 anni e poi ancora Microsoft, Oracle, Apple… purtroppo non basterebbe lo spazio di questo blog per elencarvi tutte le immense opere fatte da under 30…

Ma secondo voi perché il genio compare in età cosi “prematura”? Sinceramente non lo so. Il genio, l’idea, il lampo non è altro che una combinazione incredibilmente perfetta di elettricità che scorre sui nostri neuroni. Ma da lì in poi ci vuole carattere e coraggio (che sono infusi nel nostro DNA) per concretizzare. La scintilla da sola non basta. Sicuramente sei molto piu coraggioso a vent’anni, il carattere anche è molto piu arrogante e l’ego è alle stelle, e guarda un pò… sono proprio le caratteristiche di un leader visionario.

Non voglio fare l’ennesima rassegna negativa sugli investitori e sui Venture Capital italiani; e sapete perché? Perché dopo tutto non è neanche colpa loro.

Cara Italia se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come lo dicono i politici in televisione, ci devi investire veramente, devi metterci la passione. Nei nostri ultimi due anni di convivenza, ho visto tanti ragazzi come me che non sono riusciti a partire perché non hanno trovato in te il supporto. Pensa quanti di quelli avrebbero potuto creare valore per te… e per ogni ragazzo che fallisce o emigra perdi un pezzo di anima. Ci sono degli investori che vorrebbero aiutarci, ma non ci riescono da soli, hanno bisogno di un ecosistema sotto che gli aiuti, hanno bisogno di un mercato a cui possono rivendere il valore aggiunto che hanno creato, hanno bisogno di leggi che allegeriscano il carico fiscale, hanno bisogno di università che insegnino anche la pratica… d’altronde stanno semplicemente credendo nei tuoi figli. La tua sorella Francia lo ha capito da anni, e sta investendo a ritmi sbalorditivi anno dopo anno… non lasciarti uccidere così. L’unico modo che hai per sopravvivere è investire in innovazione e giovani, loro sono i primi che usano nuovi prodotti e sono i primi ad accorgersi dei nuovi problemi e creare quindi nuove soluzioni. Innovare non è per niente semplice, tu sei un paese pieno di persone che inventano nuove tecnologie, ma la tecnologia da sola non serve a niente, diventa innovazione quando ha adoption, quando viene applicata sulla massa, il mondo è pieno di tecnologie potenti che non sono andate da nessuna parte.

Innovazione è qualcosa che viene dai margini di una cultura, è chaos. Non a caso San Francisco è una citta che accoglie tutti: disadattati, barboni, ricchi, hippie, arabi, pazzi, imprenditori, asiatici, messicani, italiani, designer, artisti… un miscuglio di culture in continua evoluzione, senza freni né limiti.

Purtroppo credo che molti dei tuoi problemi vengano anche dal tuo passato. Sei un paese vecchio, che ti porti dietro certe ideologie fin dal lontano medioevo. Non capisco come fai a vedere malamente il concetto di fallimento, non hai idea di quante cose impari fallendo, di quanto cresci quando fallisci. Il nostro rapporto si è interrotto, ed è stato un fallimento; eppure mi hai dato del valore, lo hai fatto ferendomi ma mi hai reso una persona migliore.

E’ giunto il momento di salutarti, spero che un giorno potremmo rincontrarci, e chissà… magari mi stupirai…

Buongiorno America, grazie di credere in noi e nella nostra vision. Certo non sei un paese facile neanche tu, ma riesci subito a capire ciò che è giusto ed è sbagliato. Sei un paese relativamente giovane, e per fortuna non hai scheletri nell’armadio vecchi di 2000 anni. Sei molto competitivo, ma se uno ha voglia di fare sai ricompensare immediatamente. Credi fortemente nei ventenni, e sai che se vuoi rimanere leader devi dare loro gli strumenti per poter creare le loro pazzie, come hai fatto con noi. Devi ancora migliorarti su qualche cosa come le leggi sull’immigrazione, ma ti do fiducia, so che ce la farai. Con te mi sento libero di esprimermi, di provare, e soprattutto mi sento felice di sbagliare. Mi dai la libertà di vivere. Spero di poter ricompensarti della fiducia che mi hai dato, credo che insieme costruiremo grande cose… cheers!

Per concludere, se posso dare un consiglio alle migliaia di ragazzi (e ne ho incontrati tantissimi) che ancora rispecchiano quella frase scritta in una piazza romana; voi siete cavalli da corsa e i cavalli da corsa non sono fatti per stare nei maneggi. Correte e andate a conquistarvi quello che volete, nitrire nelle stalle non serve a niente, sfondate i recinti e cambiate lo stato dell’arte, rincorrete la vostra libertà. Ricordate che dovrete vivere nella solitudine, faranno di tutto per fermarvi, soffrirete e sacrifirete l’affetto di chi vi ama veramente, ma quando sarete lì, che correrete come pazzi, vi sentirete per la prima volta… immensamente grandi.

Lasciate l’Italia se l’amate veramente, diventate un cavallo da corsa, vincete tutto, e poi un giorno forse, potrete tornare da grandi, molto grandi e avrete il potere per cambiarla, voi.

Autore: Augusto “sinzone” Marietti, per il TagliaBlog.


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Quando un solo dominio domina le SERP di Google

1 settembre 2010 enronemsevisY Nessun commento

Il Google Brand Update di inizio anno è acqua passata, e così pure il Vince’s change.

Dal 20 Agosto siamo entrati (ufficialmente) in una nuova fase, nella quale un solo dominio (e quindi un solo brand) può “impossessarsi” di un’intera SERP (o quasi),

Esempio di SERP dominata da un solo dominio

facendo dimenticare in fretta i 2 miseri risultati indentati che fino a pochi giorni fa costituivano il massimo della “presenza” possibile nei 10 posti di una pagina di Google.

Di recente ho trovato sul SEOmozBlog (dal quale ho tratto anche l’immagine qui sopra) una bella riflessione su questo tema, che voglio condividere con i lettori del TagliaBlog.

La domanda che sta alla base di tutto è la seguente: “Google dice che questo “improvement” aiuterà gli utenti a trovare più risultati all’interno di un unico sito, pur mantenendo risultati differenti all’interno della SERP. Ma una pagina monopolizzata da un unico sito web, è veramente ciò che gli utenti vogliono?”

Dr. Pete (l’autore del post su SEOmoz) cerca di rispondere alla domanda andando a prendere le query effettuate dagli utenti su Google e su Bing subito dopo aver effettuato la query “apple”.

Su Google le prime 10 sono:

1. “itunes”
2. “facebook”
3. “youtube”
4. “apple”
5. “best buy”
6. “apple store”
7. “google”
8. “craigslist”
9. “itunes download”

Mentre su Bing:

1. “bestbuy”
2. “ebay”
3. “ipod”
4. “dell”
5. “appleipod”
6. “circuitcity”
7. “apple vacations”
8. “apple.com”
9. “sony”
10. “target”

Possiamo notare nomi di competitor (Dell e Sony), quelli di alcuni negozi dove acquistare i prodotti Apple (Best Buy e CircuitCity.com) e anche siti dove comprarli usati (craigslist e eBay). Addirittura è presente “apple vacations”, cosa che indica che non tutti quelli che cercano “apple” sono in cerca dei prodotti della Mela.

Concludendo

Quando il motore che ha il monopolio assoluto delle ricerche sul web restituisce SERP di questo tipo indirizza inevitabilmente gli utenti su un unico sito/brand, facendosi interprete del loro pensiero e contestualmente (cosa soprattutto valida nel caso di prodotti/servizi) azzerando i concorrenti, gli ecommerce, e anche chi recensisce/critica il prodotto/servizio in questione.

E’ altresì vero che queste SERP non sono facilmente replicabili: probabilmente è necessario un dominio/brand con altissimo trust, elevatissimo traffico e parecchi link in ingresso sulle singole pagine per permettere all’algoritmo di Google di restituire la pagina “monopolizzata”.

Ma di pagine simili se ne iniziano comunque a vedere parecchie, e il rischio di sparire dai primi 10 risultati di Google, per i Davide che combattono contro i Golia, potrebbe essere dietro l’angolo.


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Social Media: Chi Li Utilizza Di Più E Meglio? Le Università O Il Mondo Del Business?

1 settembre 2010 Little-Odofty Nessun commento

I college e le università del Nord America continuano ad aumentare l’adozione e l’utilizzo su larga scala dei social media, superando sia i brand di Fortune 500 e Inc 500 sul fronte blogging. Accanto l’utilizzo di questi strumenti per aumentare ed estendere la loro comunicazione globale riguardo l’insegnamento ed i servizi di supporto agli studenti, le istituzioni educative hanno trovato un utilizzo chiave dei social media per le loro campagne di marketing e per reclutare studenti.

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Social Media: Chi Li Utilizza Di Più E Meglio? Le Università O Il Mondo Del Business?

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Una penalizzazione di Google costata 4 milioni di dollari

Penalizzazione di Google

Questa è la storia di Ryan Abood, che partendo dal tradizionale negozio di fiori di famiglia – e dopo un anno e mezzo di durissimo lavoro – riuscì a creare GourmetGiftBaskets.com, il terzo sito più grande della sua nicchia e fonte dell’80% delle vendite della sua azienda.

Ma un bel giorno Ryan si svegliò e scoprì che Google l’aveva bannato, e che per lui poteva essere la fine.

L’11 Novembre 2008 mi sono svegliato alle 6 e ho fatto una ricerca su Google dal mio telefono, come faccio ogni mattina. Solitamente siamo al primo o al secondo posto per le principali parole chiave del mio settore. Ma quel giorno non eravamo da nessuna parte. Ho aperto il mio notebook, e non eravamo nemmeno nei primi 1.000 risultati. La cosa è successa proprio prima del periodo migliore per noi, quando di solito facciamo il 40-60% del nostro fatturato. E’ stato veramente, veramente devastante.

Non eravamo sicuri di cosa era successo. Di tanto in tanto, Google fa sparire un sito dal suo indice – solo algoritmicamente, se ne dimentica per qualche giorno. Alcuni mi dissero “Hai subito una esclusione temporanea, oppure sei stato penalizzato”.

Chiamai le due società che lavoravano per il posizionamento del mio sito. In passato, io stesso mi ero occupato dell’ottimizzazione sui motori di ricerca, ma poi eravamo cresciuti e quindi mi sono affidato a società esterne per la SEO. Una di queste ammise che aveva comprato link per me, e Google non ammette questa pratica.

Google ha un modulo chiamato “richiesta di re-inclusione”. Non lo chiamiamo il “confessionale” di Google. Nel modulo scrissi: “Questi sono i link che abbiamo comprato, questi sono quelli che NON abbiamo comprato. Sappiamo di aver violato la vostra fiducia, e stiamo prendendo provvedimenti per porvi rimedio”.

In quel periodo spesi un sacco di soldi in pay-per-click. Google ti penalizza sui risultati organici, ma ti permette di acquistare annunci pubblicitari. Nel frattempo, tagliai le scorte di magazzino e mantenni una struttura aziendale snella ed efficiente: alla fine ci costò 2 milioni di dollari in vendite in quell’inverno, e un altro paio di milioni nel 2009.

Prima della penalizzazione, avevamo una presenza nei social media pari a zero. Ci ponevamo nei confronti dei social dicendo “sarebbe bello avere il tempo per farlo”. Oggi, visto che il NON acquistare più link fa parte della nostra strategia aziendale, blogghiamo su qualsiasi cosa. Abbiamo più di 3.200 fan su Facebook. Usiamo Twitter ogni giorno.

A marzo, abbiamo anche preso un manager specializzato in “comparison shopping”, un social media manager e un affiliate marketing manager; e abbiamo anche qualcuno che tiene sotto controllo il nostro portfolio link. Se qualcuno interpreta, erroneamente, che un link è stato comprato, lo togliamo. Non vogliamo rogne.

Fino a quando non è arrivato Google Caffeine, non so che posizione nelle SERP occupavamo dopo aver subito la penalizzazione. Caffeine è stato il nostro “perdono finale”: ora il sito è di nuovo ai vertici del motore di ricerca.

Senza la penalizzazione di Google, non saremmo nemmeno lontanamente dove siamo ora. Hai 2 scelte: puoi capottare e morire, oppure puoi crescere superando gli ostacoli.

Liberamente tradotto da “How Google Cost Me $4 Million“.


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Preferenze email AdSense: approfittate al massimo del vostro account e di Google

Google Realtime Search: speravo meglio…

30 agosto 2010 Derek Nessun commento

E’ dalla fine dello scorso anno che si parla di Real-Time Search riferita a Google, ma allora si discuteva di una integrazione in tempo reale dello stream di dati (provenienti principalmente da Twitter) all’interno delle SERP del motore di ricerca.

Da qualche giorno, invece, Google Realtime Search è stato “ufficializzato” e inserito in un URL a sé stante, ovvero http://www.google.com/realtime

Guardando il video qui sopra (per la precisione, fra il 13esimo e il 18esimo secondo) la speaker dice che dentro Google Realtime Search verranno raccolte “news, post presi da blog, e aggiornamenti provenienti da noti social network, come Twitter, Facebook e Buzz. Anche l’immagine visibile al secondo 00:18 del video mostra i loghi di parecchi social: oltre ai 3 sopra citati, si possono distinguere molto chiaramente quelli di FriendFeed e MySpace.

“Ottimo” mi sono detto, “facciamo subito una bella egosearch utilizzando il termine ‘tagliaerbe’: almeno in Twitter, FriendFeed e Buzz salterò fuori, visto che tra contenuti scritti sul blog e citazioni ci finisco più volte al giorno”.

Apro Google Realtime Search, scrivo ‘tagliaerbe’, ed ecco cosa ottengo:

La SERP ottenuta cercando tagliaerbe in Google Realtime Search

Di Buzz non c’è traccia, di FriendFeed pochissima roba, l’unico onnipresente è Twitter dove però sembra che il sistema non riesca a leggere dentro gli URL (quindi mostra solo quando qualcuno cita @tagliaerbe ma NON quando qualcuno linka blog.tagliaerbe.com utilizzando uno dei tanti “accorciatori” di URL): a ‘sto punto risulta molto più utile e completa la ricerca avanzata di Twitter, o mi sbaglio?

OK, probabilmente (è una ipotesi mia) Google Realtime Search NON mostra i contenuti pubblicati sui propri account sociali (altrimenti non si spiega come mai non riesca a trovare, ad esempio, tutto ciò che scrivo sul TagliaBlog e poi “rilancio” quotidianamente su Twitter, FriendFeed e Buzz). E sicuramente verranno aggiunge altre feature col passare del tempo (ammetto che la timeline è intrigante, e sulla versione anglofona del sito è visibile anche il Geographical Filtering, non ancora presente da noi).

Ma se ad oggi GRS si ferma qui, trovo enne volte meglio servizi come Social Mention, che aggrega in real-time un sacco di altre fonti, e offre alcune funzionalità molto utili (come la possibilità di creare istantaneamente alert via feed e email – con Google si può fare, ma occorre aprire Google Alert -, scaricare i dati in formato CSV/Excel, misurare sentiment, passion, reach, strength, etc.).

Oppure, se voglio un real-time più orientato alle notizie, esistono cose come OneRiot e Scoopler che fanno da tempo il loro sporco lavoro (per non parlare dello stesso Google News che, anche se limitatamente alle 250 fonti italiane presenti al suo interno, funziona comunque in tempo “quasi” reale).

O forse non ho capito bene io la vera utilità di Google Realtime Search?


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Ha senso essere evangelist troppo “precoci”?

29 agosto 2010 Peacedim Nessun commento

Un Evangelist in azione

Il dizionario dice che il pioniere è “chi apre la via agli altri nell’esplorazione di nuove terre, nel progresso, nella scienza, nella diffusione di un’idea”.

Ai giorni nostri, e nell’ambito di internet, va più di moda il termine technology evangelist (o più semplicemente evangelist), per indicare una persona che cerca di costruire una massa critica a sostegno di una determinata tecnologia (o più spesso di un nuovo prodotto/servizio che vuole piazzare a terzi). E ovviamente esiste pure un evangelism marketing, forma avanzata del word of mouth marketing dove le aziende (molto rare quelle che ci riescono) cercano di fare in modo che i clienti si trasformino a loro volta in evangelist, in fan sfegatati che diffondono ovunque il “verbo” aziendale.

Ma nel business online, quanto senso ha essere pionieri, evangelist, o fra quelli che piantano per primi la bandierina in cima all’Everest? Probabilmente assai poco.

Parlando tempo fa con un amico, mi disse che stava studiando gli scritti di Peter Drucker, il quale (tra le tante perle di saggezza manageriale) pronunciò una frase che suonava più o meno così:

“Scoprire nuovi mercati è solo l’inizio, e si rischia di indottrinare la clientela a favore di un altro competitor… il quale arriva dopo ma sa fare le cose meglio di te.” Sono d’accordo praticamente su tutto, tranne che sul sa fare le cose meglio di te… e ora ti spiego il perché.

Quando aprii un nodo Internet nel 1995, impegnando tutti i miei risparmi e la mia (misera) liquidazione, i competitor non esistevano (o quasi).

Era però il mercato a non essere pronto: ricordo che correvo su e giù per la provincia di Varese ad installare modem 14.400 e a spiegare cosa era Internet, nelle case dei privati e nelle aziende. Andavo nelle scuole col mio (orrendo ma costosissimo) notebook e con una prolunga telefonica (grossa come un gomitolo di lana) a mostrare le incredibili potenzialità della Rete, anche se spesso (come si dice da noi) “era più la spesa che l’impresa”.

Quando arrivarono i competitor (tra i nomi di allora ricordo Video On Line e Italia On Line) non è vero che sapessero fare le cose meglio, piuttosto avevano mezzi (economici) pazzeschi: inondarono giornali e riviste di pubblicità e dischetti omaggio, e rubarono un po’ di utenti… ma non mi spazzarono via.

Perché non ci riuscirono? perché nemmeno per loro il mercato era pronto :-) Anche loro stavano contribuendo a diffondere il verbo, a evangelizzare, ma non potevano pensare di mangiarsi tutte le fette della torta, né di fare fatturati/utili pazzeschi. E infatti Video On Line, in pochi mesi, capottò: “Non stavo facendo del business, ma esplorando” pare abbia ammesso Nicola Grauso, il fondatore di VOL, qualche anno dopo.

Quando arrivò la vera mazzata? quando il mercato fu più maturo. E quando cambiò il modello di business.

Il merito (o la colpa?) fu di Tiscali, a inizio 2009, quando lanciò FreeNet (ammettiamolo, lo spot di allora era davvero bellissimo):

Il “free internet” segnò praticamente la fine per chi vendeva abbonamenti dial-up (che allora costavano 200-300.000 lire all’anno) e non si era strutturato per proporre servizi “a valore aggiunto”. Ma segnò anche l’inizio di una nuova era, quella che portò poi agli abbonamenti flat rate, e quindi all’ADSL.

Riassumendo: nella stragrande maggioranza dei casi il pioniere non fa il botto per demeriti suoi, perché non ha investito nell’attività sufficienti capitali o perché c’è qualcuno più bravo di lui.

Semplicemente non fa il botto perché è “un attimino” fuori tempo, perché a differenza di tutti gli altri ha intuito dove si andrà a parare ma non trova nessuno disposto a seguirlo. Oppure perché, nonostante l’ottima intuizione iniziale, non ha ben chiaro il business model, non riesce insomma a trovare il modo di monetizzare il suo bellissimo progetto.

Se a quel punto qualche acuto “osservatore esterno”, magari con parecchi soldi in tasca, dopo aver studiato attentamente il mercato ci si butta a capofitto con uomini e mezzi, ecco che probabilmente avrà successo.

P.S.: se nel 1995 avessi investito i soldi del nodo Internet in tanti bei nomi a dominio, a quest’ora… :-D


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Apple iTV e Google TV: che sia la volta buona?

26 agosto 2010 saummafef Nessun commento

Apple e Google... nella TV

Riparto oggi da un post di oltre 2 anni e mezzo fa, del lontano 11 Gennaio 2008.

In quell’articoletto accennavo alla vecchia storia di “Internet che entra nella TV“, storia con la quale conviviamo ormai da oltre 15 anni: di strani set-top box, mediacenter e startup che provano a fare da trait d’union fra questi 2 mondi ne sento parlare da sempre, ma fino ad oggi televisione e web occupano ancora un loro posto ben definito e separato all’interno delle nostre abitazioni.

Forse però, fra qualche mese, non sarà più così.

Google TV

La Google TV (non quella farlocca di 3 anni e mezzo fa :-D ) è stata annunciata il 20 Maggio, e sarà disponibile (sia all’interno di set-top box dedicati che integrata in alcuni modelli di TV a marchio Sony) entro la fine del 2010.

Il funzionamento di Google TV è spiegato in questo breve video,

mentre durante la presentazione del nuovo servizio le prime parole del product manager Rishi Chandra sono state una nuova piattaforma che crediamo cambierà il futuro della televisione.

Apple TV (anzi, iTV)

L’Apple TV è stato un flop, ma se fosse vera la voce messa in giro da Kevin Rose qualche giorno fa, la nuova Apple iTV potrebbe (per fare il verso a quanto detto da Google) “cambiare ogni cosa”:

applicazioni iOS per la TV. Nascerebbe un marketplace di app dedicate a iTV: per esempio, si può ipotizzare che verranno sviluppate app per condividere e registrare programmi TV, per leggere notizie in modo interattivo, e (ovviamente) per giocare.
canali “a la carte” acquistabili come app. I network televisivi potrebbero monetizzare (tramite iAd) e distribuire i loro contenuti attraverso iTV. Potrebbe essere la morte della TV via cavo/satellite.
noleggio del singolo programma televisivo. Pare che Apple sia in trattativa con News Corp. per poter far “noleggiare” i singoli TV show a 99 centesimi l’uno.
condivisione di immagini/video tramite MobileMe. Le persone anziane, o chi è poco pratico con Internet, ameranno questa funzione: per esempio, potresti condividere foto e video con tua madre premendo un tasto sul tuo iPhone, e lei potrebbe vederle non appena accende la televisione.
iPad utilizzabile come telecomando. L’iPad potrebbe essere il telecomando dell’iTV, trasformandosi in un dispositivo che “estende” l’esperienza televisiva. Per esempio, mentre guardi in TV una partita di calcio, sull’iPad potrebbero scorrere ulteriori informazioni circa le squadre, o potresti cambiare l’angolo di visione del gioco.

Il lancio di iTV è ipotizzato per le prossime settimane, al prezzo di 99 dollari.

Perché Google e Apple si stanno buttando nella TV?

Pare che sul nostro pianeta ci sia 1 miliardo di persone che usano il PC, 2 miliardi che utilizzano dispositivi mobili e ben 4 miliardi di persone “raggiungibili” da una TV.

Il nordamericano medio spende 5 ore al giorno davanti alla televisione, e il mercato pubblicario TV (solo USA) ha l’incredibile valore di 70 miliardi di dollari/anno.

Come ciliegina sulla torta aggiungo che l’online video advertising è un mercato visto in fortissima crescita nei prossimi anni,

Spesa pubblicitaria USA in pubblicità online, dal 2009 al 2014

e i soldi della TV pare si stiano spostando già ora su Internet: “We see television dollars moving to online video, ha appena dichiarato Jason Glickman, CEO di Tremor Media, mentre per Hulu si ipotizza un IPO da 2 miliardi di dollari.

Concludendo

“TV meets Web. Web meets TV.” è il motto di Google TV.

Ma credo che l’unica vera reason why che sta guidando le operazioni di Apple e Google non è quella di mettere in contatto Internet e televisione, bensì quella di “far incontrare” un sacco di utenti, vecchi e nuovi, con gli inserzionisti pubblicitari.

E su quello farci un sacco di soldi.

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Commenti, Like e Retweet: 3 diversi modi di “partecipare”

I commenti, fra like e reweet

Like e Retweet hanno ammazzato i commenti? oppure possono convivere pacificamente?

I bottoncini sociali, almeno in teoria, nascono con una funzione completamente diversa dal commento “scritto e pensato”, ma per certi versi si sovrappongono.

Cerchiamo di analizzare le 3 cose:

I commenti (in coda all’articolo)

Te li devi cercare, non sono automatici. Ci sono post che scatenano commenti a nastro, altri che proprio non li attirano. Molto spesso dipende dal tema trattato, ma molto spesso anche da come termina il tuo articolo: una frase lapidaria, che chiude tutti gli spiragli di replica, smorza i commenti. Anche un post che sviscera troppo a fondo una tematica può essere controproducente. Molto utili invece le solite frasette finali tipo “che ne pensi?”, “secondo te?”, “di la tua”, o i post dove si prende una posizione molto forte (e quindi controversa).

Il “Mi piace”

Dal mio punto di vista, equivale semplicemente ad “approvare” il contenuto del post. Se fosse un commento, sarebbe un “sono d’accordo con te”. E’ vero, premere il like fa in modo che sulla bacheca Facebook del “cliccante” compaia il link, ma vedo lo strumento principalmente per fini di encomio piuttosto che di condivisione (a differenza del retweet… vedi qui sotto).

Il “Retweet

Sempre secondo il mio punto di vista, si posiziona ad un livello più alto del “like”. Con il Retweet – da qualche giorno esiste pure il bottone ufficiale – dico “questo contenuto merita di essere condiviso/viralizzato fra tutti i miei contatti di Twitter”. Insomma, ci metto la faccia per far girare un link che reputo interessante.

Concludendo

Premesso che devo ancora studiare approfonditamente le dinamiche per cui alcuni post ricevono moltissimi Like e pochissimi Retweet (e viceversa), credo che i social media abbiano comunque aggiunto nuovi parametri per misurare il sentiment, il “livello di gradimento” dei contenuti che produciamo.

Se una volta si guardavano solo i commenti per “autogratificarsi”, ora anche i numerini a fianco al Like e al Retweet possono farci tornare il buonumore, e darci preziose indicazioni circa la bontà di quello che produciamo.

E chissà che un domani non si diffondano dei “bottoni attributo”, con i quali sarà possibile, con un semplice click, appendere un aggettivo ad un post, scegliendolo da un lungo elenco di epiteti…


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